domenica 20 febbraio 2022

Trent'anni fa tangentopoli. Le voci di chi l'ha vissuta

 Cirino Pomicino, ministro DC e fra i membri del caminetto dello scudocrociato, Ugo Intini, portavoce del PSI e uomo molto vicino a Bettino Craxi, Primo Greganti, il "compagno G" che negli anni è diventato quell'eroe del PCI capace di negare ogni addebito di tangenti al Partito affermando che si trattasse di consulenze fatte alle diverse aziende di Stato. Li abbiamo intervistati con Roberto Secci per Rainews 24


martedì 25 gennaio 2022

La mucca, l’elefante e le fidanzate: il futuro del Quirinale

Usiamo le metafore per spiegare e semplificare quel che accade nelle elezioni per il Presidente della Repubblica. Se si dividono i fronti, quello progressista e quello del centrodestra, ognuno ha da risolvere i problemi interni.

Partiamo dal centrodestra e partiamo dal kingmaker del centro destra, Matteo Salvini. Nel suo salotto ha sia l’elefante che la mucca, come direbbe Pierluigi Bersani. Le difficoltà sono rappresentate dalla mucca Forza Italia che, orfana di Berlusconi che con il ritiro ha consumato forse il suo ultimo atto politico, guarda alla possibilità di un futuro centrista che allarga la sua prospettiva a Renzi, che sta dall’altra parte, a chi è già uscito da Forza Italia come Romani e Toti e a un mondo ampio che trova al momento una sua temporanea casa nel gruppo misto. E loro pensano ad un Presidente della Repubblica centrista che, come Pier Ferdinando Casini, abbia una appartenenza centrista di lungo corso e che sappia ragionare con entrambi i poli. Paolo Romani a Rainews24 ha fatto un endorsement molto diretto all’ex presidente della Camera. E questo variegato mondo del centro ha un proprio kingmaker nemmeno tanto nascosto: Matteo Renzi. 

Lui, piaccia o meno dal punto di vista politico, è quello che ne capisce di più. E’ lui che, alla fine, staccando la spina al Conte 2 – ha portato Draghi a Palazzo Chigi. Ed è lui che, per primo, ha messo lì sul tavolo il nome di Pier Ferdinando Casini.  Che però non piace a Salvini che dice che non sarà certamente tra i nomi sollecitati dal centrodestra. Resta l’opzione Draghi. Ma Draghi serve al Kingmaker Salvini se riesce a far passare la propria linea tesa a mitigare la crescita elettorale dell’elefante del gruppo: Giorgia Meloni.  La Meloni non entrerà mai al governo con Draghi. L’azione di opposizione, dura, puntuale, la fa crescere nei consensi proponendosi come unica forza capace di far propri i temi una volta leghisti della sicurezza e della protezione dei confini dall’arrivo dei migranti. Temi sensibili per l’elettorato di centro destra. Ed è per questo che Salvini, nel giocare la carta Draghi, è chiaro. In ogni caso alla lega serve il Viminale. Ma chiede ciò che destabilizza la maggioranza attuale. Politicamente, sulla vicenda migranti, un pezzo della coalizione che sostiene il governo Draghi lo ha condannato. Movimento cinque stelle e Pd non possono accettare Salvini agli interni. E così c’è freddezza per il sostegno a Draghi. E su questo Fratelli d’Italia gioca: “Certo – dice Rampelli – non possiamo essere noi a fare il nome di Draghi”.

Poi c’è il fronte progressista. Il kingmaker in questo caso, vuoi o non vuoi, lo fa Enrico Letta. Il suo problema è quello dei ragazzi maggiorenni che vogliono uscire con una ragazza ancora minorenne. In che senso?

Tra il giovane maggiorenne e la ragazza ancora minorenne non si possono mai decidere le cose da soli. Il giovane Letta, dunque, non ha problemi nel definire la propria decisione con i suoi genitori che possiamo immaginarli come PD per padre e Leu per madre. E’ libero, maggiorenne e la famiglia si fida di lui. Ma la ragazza? La ragazza, che potremmo identificare in Giuseppe Conte, ad ogni ipotesi sul loro futuro che Letta fa è sempre la stessa: “Si, sono d’accordo, ma devo parlarne con i miei”. E i suoi, quelli di Conte, esercitano pressioni e per di più sono divorziati. E così la questione è complicata.

Sul Quirinale i pronostici sono sempre complicati. Ed è per questo che avanzare un’opzione è complicata. Per Gasparri, Draghi, dunque, dovrebbe stare nella sala operatoria, quindi a Chigi. E a quel punto, io avanzo l’ipotesi, il Presidente della Repubblica che soddisfi entrambi gli schieramenti  magari non sarà Pier Ferdinando Casini, ma l’identikit è quello. Se non apparirà nelle liste dei due schieramenti la sua posizione si consoliderà di sicuro.

Infine entrambi gli schieramenti non possono accettare l’ipotesi che due tecnici occupino sia la carica di Presidente della Repubblica che quella di Presidente del Consiglio.  E per questo l’extrema ratio, che piacerebbe a molti, è quella che tutto resti così come è ora. Mattarella di nuovo al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi. Poi, dopo il voto delle politiche, si vedrà se modificare le cose.


giovedì 21 marzo 2019

Gli amari "nodi" lucani

Questo fine settimana si vota in Basilicata. Centro destra contro centrosinistra e come outsider i cinque stelle che hanno un'unica lista contro le corazzate dei due poli. C'è anche un candidato di sinistra. Ma noi siamo andati a capire, per Rainews24, quelli che sono i temi aperti in quella regione. Infrastrutture, il petrolio e come vengono spese le royalties ma anche le problematiche ambientali che ne derivano. Grandi risorse del sottosuolo che sembrano in contraddizione. Da una parte il petrolio, appunto, e poi riserve idriche che servono non solo la Basilicata ma anche la Puglia. 

domenica 3 marzo 2019

La storia delle Primarie, del Pd e del centrosinistra



Il primo a sottoporsi alle primarie fu Agazio Loiero il 28 novembre del 2004 come candidato presidente della Calabria. Quelle ed altre primarie di quell’anno erano prove generali per arrivare alla prima Nazionale quando l’unione, il 16 ottobre del 2005, portò a votare 4.300.000 elettori per scegliere il proprio candidato alla Presidenza del Consiglio. Vinse Prodi con 3.200.000 voti. Un bagno di popolo del centro-sinistra.

Da quel momento in poi le primarie vengono utilizzate anche per la scelta del segretario del PD. Così Veltroni, il 14 ottobre di due anni dopo, viene eletto da una primaria che porta ai gazebo più di 3 milioni e mezzo di elettori. Vince su Rosy Bindi ed Enrico Letta con 2.700.000 voti.

Il 25 ottobre del 2009 si sceglie invece Bersani. 3.100.000 al voto ed è segretario con 1.600.000 voti. Franceschini si ferma a un milione e Marino a 400.000.

Da statuto dei DEM il segretario è il candidato naturale alla Presidenza del consiglio. Matteo Renzi costringe però Bersani alle primarie. Il 25 novembre del 2012, al voto andarono oltre 3 milioni di elettori di Italia bene comune – né Bersani ne Renzi raggiungono il 50% più uno. Si va al ballottaggio e il 2 dicembre è Bersani a prevalere su Renzi con il 60,9% dei voti.

Siamo all’8 dicembre del 2013. Dopo le dimissioni di Bersani da segretario, alle primarie, Renzi sfida Cuperlo e Civati. Al voto 2.800.000 elettori e l’ex sindaco di Firenze prende il 67,55% dei voti. Matteo Renzi si dimetterà da  segretario dopo la sconfitta del Referendum Costituzionale del 4 dicembre del 2016.

Ad aprile del 2017 si ricandida alla segreteria. Renzi vince le primarie. Votano meno di 2 milioni di elettori ed il calo è sensibile. Il segretario ottiene il secondo mandato con un milione e duecentomila voti a scapito di Andrea Orlando e Michele Emiliano.

Dopo il deludente risultato delle politiche del 2018 si dimette nuovamente il 12 marzo e  la reggenza viene affidata a Maurizio Martina dall’assemblea nazionale del PD.

Il reggente si dimette il 30 ottobre del 2018 e quindi si da il via ai congressi. Domenica sera ci sarà un nuovo segretario ma questo solo se uno dei contendenti raggiungerà il 50% più uno dei voti espressi.

martedì 19 febbraio 2019

Matteo Salvini non è "processabile"

Michele Giarrusso passa tra i senatori Dem
e mostra il segno delle manette
16 si e 6 no. Matteo Salvini, secondo la Giunta per le immunità, non è processabile. Ha perseguito interessi legittimi di governo senza togliere diritti costituzionali ai 177 migranti della Diciotti. Ed ora, entro il 23 marzo, ad esprimersi saranno i colleghi senatori. Lui, il leader del Carroccio, dice che sarebbe stato in ogni caso tranquillo perché il suo dovere è difendere i confini del suo Paese e la sua gente. E parla del governo come un gruppo, una squadra e non individualità.  Soddisfatto anche il presidente della Giunta, Maurizio Gasparri. È sua la relazione ad aver raccolto la maggioranza dei voti dei commissari.
Quando i commissari escono, però, trovano la protesta dei senatori dem. Per i cinque stelle sembra la pena del contrappasso. C'è qualcun altro che grida onestà al loro posto. E obiettivo principale è il capo dei commissari cinque stelle, Michele Giarrusso. Per due volte risponde facendo il gesto delle manette. Poi spiega perché è convinto che il movimento non sia diviso su un tema che comunque ha visto la base dire no all'autorizzazione a procedere ma con un 40% di dissenso interno. 
È stata una grande prova di partecipazione democratica. Ad attaccare il voto dei commissari 5 stelle Bonifazi del PD. La piattaforma Rousseau viene a desautorare il parlamento ed è farlocca, anticostituzionale. Mentre Piero Grasso di Leu parla di un vulnus. Quando un governo è legittimato anche a superare i limiti previsti dalla Costituzione creiamo un precedente pericoloso. Ora la palla passa all'Aula di palazzo Madama.

lunedì 18 febbraio 2019

In attesa del voto su Rosseau

Questo voto su Salvini è come il concime organico. Più lo rigiri e più puzza. Si poteva evitare la consultazione della base rispetto all'ipotesi di autorizzazione a procedere per Salvini? No, il movimento non lo poteva fare. Il movimento è convinto che arriverà un no all'autorizzazione a procedere che riesca a salvare il governo da una crisi che a quel punto sarebbe difficilmente evitabile? Si. Ma alla fine quel si peserà in ogni caso. Il voto su Salvini è comunque un giudizio, il primo vero giudizio su questo accordo di programma e sul gradimento del capo politico. E mentre la Lega incassa successo che sembrano inarrestabili nei sondaggi, il movimento è al palo e i risultati sul reddito di cittadinanza avranno bisogno di tempo. Dopo il voto in Abruzzo, D'Uva, parlamentare pentastellato, ha detto che esce poco il lavoro che il movimento ha fatto in termini di sostegno alle fasce più deboli e politiche di riforma. Ed è vero. Se Salvini ha una macchina di comunicazione oliatissima ed una presenza sui social fantastica, il Movimento che era all'avanguardia oggi accusa un ritardo anche nei confronti di quell'Agorá virtuale di cui qualche anno fa era padrone incontrastato. Oggi, sul voto per il caso Diciotti, anche la piattaforma Rousseau sta creando qualche problema e alcuni parlamentari si dicono come sia possibile che un investimento che pesa sui parlamentari per 98mila euro al mese possa funzionare un po' a singhiozzo. Dovrebbe essere perfetto, dicono alcuni sottovoce, perché altrimenti le accuse di scarsa trasparenza del voto trovano terreno fertile. E infatti le opposizioni, tutte, nessuna esclusa, soffiano sul fuoco del voto a presa in giro degli italiani. E lo spostamento del fine voto alle 21 (inizialmente era previsto per le 19) non gioca a favore dei cinque stelle. Comunque noi di Rainews24 siamo qui a raccontarvi quel che accadrá. La fine del voto, il risultato e poi la discussione su di esso che interesserà i gruppi congiunti di Camera e Senato. Serve una posizione chiara da prendere entro domani alle 13,30 quando il Presidente della giunta per le autorizzazioni ha fissato la riunione che dovrà portare alla decisione se Salvini potrà o non potrà essere processato. E oggi tre sindaci dei cinque stelle che a processo ci sono andati (Nogarin, Appendino e Raggi) hanno comunque detto che per loro non c'è stata immunità ma processo. Un segnale di una base che comunque un poco riottosa lo è. Con la Lega che avvisa. In caso di autorizzazione a procedere c'è la crisi!

Le parole del Papa, unico seme di una possibile pace

Confido nel Papa. Confido nelle sue parole, nei suoi gesti, spero nella sua diplomazia. Una voce di pace che si alza e prova a contrastare q...