Cirino Pomicino, ministro DC e fra i membri del caminetto dello scudocrociato, Ugo Intini, portavoce del PSI e uomo molto vicino a Bettino Craxi, Primo Greganti, il "compagno G" che negli anni è diventato quell'eroe del PCI capace di negare ogni addebito di tangenti al Partito affermando che si trattasse di consulenze fatte alle diverse aziende di Stato. Li abbiamo intervistati con Roberto Secci per Rainews 24
Appunti di viaggio di un giornalista.Grilli&Pinocchi perché troppe volte, nel nostro Paese, il grillo che racconta la verità diventa pinocchio e il pinocchio diventa grillo.
domenica 20 febbraio 2022
martedì 25 gennaio 2022
La mucca, l’elefante e le fidanzate: il futuro del Quirinale
Partiamo dal centrodestra e partiamo dal kingmaker del centro destra, Matteo Salvini. Nel suo salotto ha sia l’elefante che la mucca, come direbbe Pierluigi Bersani. Le difficoltà sono rappresentate dalla mucca Forza Italia che, orfana di Berlusconi che con il ritiro ha consumato forse il suo ultimo atto politico, guarda alla possibilità di un futuro centrista che allarga la sua prospettiva a Renzi, che sta dall’altra parte, a chi è già uscito da Forza Italia come Romani e Toti e a un mondo ampio che trova al momento una sua temporanea casa nel gruppo misto. E loro pensano ad un Presidente della Repubblica centrista che, come Pier Ferdinando Casini, abbia una appartenenza centrista di lungo corso e che sappia ragionare con entrambi i poli. Paolo Romani a Rainews24 ha fatto un endorsement molto diretto all’ex presidente della Camera. E questo variegato mondo del centro ha un proprio kingmaker nemmeno tanto nascosto: Matteo Renzi.
Lui, piaccia o meno dal punto
di vista politico, è quello che ne capisce di più. E’ lui che, alla fine,
staccando la spina al Conte 2 – ha portato Draghi a Palazzo Chigi. Ed è lui
che, per primo, ha messo lì sul tavolo il nome di Pier Ferdinando Casini. Che però non piace a Salvini che dice che non
sarà certamente tra i nomi sollecitati dal centrodestra. Resta l’opzione
Draghi. Ma Draghi serve al Kingmaker Salvini se riesce a far passare la propria
linea tesa a mitigare la crescita elettorale dell’elefante del gruppo: Giorgia
Meloni. La Meloni non entrerà mai al
governo con Draghi. L’azione di opposizione, dura, puntuale, la fa crescere nei
consensi proponendosi come unica forza capace di far propri i temi una volta
leghisti della sicurezza e della protezione dei confini dall’arrivo dei
migranti. Temi sensibili per l’elettorato di centro destra. Ed è per questo che
Salvini, nel giocare la carta Draghi, è chiaro. In ogni caso alla lega serve il Viminale. Ma chiede ciò che destabilizza la maggioranza attuale. Politicamente,
sulla vicenda migranti, un pezzo della coalizione che sostiene il governo
Draghi lo ha condannato. Movimento cinque stelle e Pd non possono accettare
Salvini agli interni. E così c’è freddezza per il sostegno a Draghi. E su
questo Fratelli d’Italia gioca: “Certo – dice Rampelli – non possiamo essere
noi a fare il nome di Draghi”.
Poi c’è il fronte progressista. Il kingmaker in questo caso,
vuoi o non vuoi, lo fa Enrico Letta. Il suo problema è quello dei ragazzi maggiorenni
che vogliono uscire con una ragazza ancora minorenne. In che senso?
Tra il giovane maggiorenne e la ragazza ancora minorenne non
si possono mai decidere le cose da soli. Il giovane Letta, dunque, non ha
problemi nel definire la propria decisione con i suoi genitori che possiamo
immaginarli come PD per padre e Leu per madre. E’ libero, maggiorenne e la
famiglia si fida di lui. Ma la ragazza? La ragazza, che potremmo identificare
in Giuseppe Conte, ad ogni ipotesi sul loro futuro che Letta fa è sempre la
stessa: “Si, sono d’accordo, ma devo parlarne con i miei”. E i suoi, quelli di
Conte, esercitano pressioni e per di più sono divorziati. E così la questione è
complicata.
Sul Quirinale i pronostici sono sempre complicati. Ed è per
questo che avanzare un’opzione è complicata. Per Gasparri, Draghi, dunque,
dovrebbe stare nella sala operatoria, quindi a Chigi. E a quel punto, io avanzo
l’ipotesi, il Presidente della Repubblica che soddisfi entrambi gli schieramenti magari non sarà Pier Ferdinando Casini, ma l’identikit
è quello. Se non apparirà nelle liste dei due schieramenti la sua posizione si
consoliderà di sicuro.
Infine entrambi gli schieramenti non possono accettare l’ipotesi
che due tecnici occupino sia la carica di Presidente della Repubblica che
quella di Presidente del Consiglio. E
per questo l’extrema ratio, che piacerebbe a molti, è quella che tutto resti
così come è ora. Mattarella di nuovo al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi.
Poi, dopo il voto delle politiche, si vedrà se modificare le cose.
giovedì 21 marzo 2019
Gli amari "nodi" lucani
domenica 3 marzo 2019
La storia delle Primarie, del Pd e del centrosinistra
Il primo a sottoporsi alle primarie fu Agazio Loiero il 28 novembre del 2004 come candidato presidente della Calabria. Quelle ed altre primarie di quell’anno erano prove generali per arrivare alla prima Nazionale quando l’unione, il 16 ottobre del 2005, portò a votare 4.300.000 elettori per scegliere il proprio candidato alla Presidenza del Consiglio. Vinse Prodi con 3.200.000 voti. Un bagno di popolo del centro-sinistra.
Da quel momento in poi le primarie vengono utilizzate anche per la scelta del segretario del PD. Così Veltroni, il 14 ottobre di due anni dopo, viene eletto da una primaria che porta ai gazebo più di 3 milioni e mezzo di elettori. Vince su Rosy Bindi ed Enrico Letta con 2.700.000 voti.
Il 25 ottobre del 2009 si sceglie invece Bersani. 3.100.000 al voto ed è segretario con 1.600.000 voti. Franceschini si ferma a un milione e Marino a 400.000.
Da statuto dei DEM il segretario è il candidato naturale alla Presidenza del consiglio. Matteo Renzi costringe però Bersani alle primarie. Il 25 novembre del 2012, al voto andarono oltre 3 milioni di elettori di Italia bene comune – né Bersani ne Renzi raggiungono il 50% più uno. Si va al ballottaggio e il 2 dicembre è Bersani a prevalere su Renzi con il 60,9% dei voti.
Siamo all’8 dicembre del 2013. Dopo le dimissioni di Bersani da segretario, alle primarie, Renzi sfida Cuperlo e Civati. Al voto 2.800.000 elettori e l’ex sindaco di Firenze prende il 67,55% dei voti. Matteo Renzi si dimetterà da segretario dopo la sconfitta del Referendum Costituzionale del 4 dicembre del 2016.
Ad aprile del 2017 si ricandida alla segreteria. Renzi vince le primarie. Votano meno di 2 milioni di elettori ed il calo è sensibile. Il segretario ottiene il secondo mandato con un milione e duecentomila voti a scapito di Andrea Orlando e Michele Emiliano.
Dopo il deludente risultato delle politiche del 2018 si dimette nuovamente il 12 marzo e la reggenza viene affidata a Maurizio Martina dall’assemblea nazionale del PD.
Il reggente si dimette il 30 ottobre del 2018 e quindi si da il via ai congressi. Domenica sera ci sarà un nuovo segretario ma questo solo se uno dei contendenti raggiungerà il 50% più uno dei voti espressi.
martedì 19 febbraio 2019
Matteo Salvini non è "processabile"
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| Michele Giarrusso passa tra i senatori Dem e mostra il segno delle manette |
lunedì 18 febbraio 2019
In attesa del voto su Rosseau
Le parole del Papa, unico seme di una possibile pace
Confido nel Papa. Confido nelle sue parole, nei suoi gesti, spero nella sua diplomazia. Una voce di pace che si alza e prova a contrastare q...
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Io c’ero. C’ero alle 14,00, all’ufficio accoglienza del Movimento 5 stelle a Piazza San Giovanni. C’ero, in fila per un’ora e mezza, in a...
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Confido nel Papa. Confido nelle sue parole, nei suoi gesti, spero nella sua diplomazia. Una voce di pace che si alza e prova a contrastare q...

