venerdì 25 marzo 2022

Le parole del Papa, unico seme di una possibile pace

Confido nel Papa. Confido nelle sue parole, nei suoi gesti, spero nella sua diplomazia. Una voce di pace che si alza e prova a contrastare questi pazzeschi venti di guerra che fanno sempre più paura. Il mondo, che ripiomba nel sonno della ragione, con teste di cane e segni davanti alle porte di ebrei e pacifisti in Russia, con gli stati che si dividono fra vicini a Putin e vicini a Zelensky. 

Io non riesco a stare in un mondo semplificato, in cui devi schierarti su due opzioni che comunque non mi piacciono: quella della guerra e quella delle armi per contrastare la guerra. Sogno, da utopista, come lo era Gandhi, come lo è Francesco, come lo è stato Gorbacev, o come l'italianissmo Aldo Capitini, un mondo che sappia spremere le ragioni della diplomazia fino alla fine, capace di navigare contro i venti di guerra. 

Pensate per un attimo quanto è semplice schierarsi con Putin o contro di lui. Con Zelensky o contro Zelensky. Cancellando ogni ragione o ogni torto della storia e della politica. Facendo finta che tutto comincia con l’invasione dell’Ucraina, dimenticando tutto quello che ci può essere stato prima e tutte le responsabilità dei protagonisti. 

Le scelte di pace, o anche quelle di guerra, non possono essere avulse dalla storia, dalla memoria di quel che è successo prima. Non ci può essere una decisione senza valutarne le responsabilità e le scelte storiche che hanno portato ad una crisi. E quando questa crisi diventa pericolosa l’unica possibilità che c’è è quella di una scelta, a volte unilaterale, che spiazzi e spazzi via ogni altra opzione pericolosa. E ci vuole coraggio e rischio. 

Il coraggio di Francesco, di Santo Francesco, di andare solo col suo saio e da uomo di Dio dal grande Saladino nel 1219 e di gettare un seme di pace per Gerusalemme. Ed allora non sogno vertici, ma sogno capi di Stato che vanno a Mosca, da Putin (e anche il Papa è capo di Stato) e chiedono di entrare al Cremlino. Forti non dei loro poteri e dei loro arsenali ma dei loro desideri di Pace per un mondo che sia capace di confrontarsi e ragionare come all’interno di un’unica famiglia: la famiglia umana. 

Non cadrebbero bombe su loro. Ci sarebbe forse, da parte russa, un segno di incredulità. E forse tra quei capi di stato ci potrebbe essere anche la Cina.  Sogno il dialogo, unica utopia possibile. L’ammissione delle reciproche responsabilità, la definizione di un governo del mondo basato sull’obiettivo comune: la conservazione della specie umana. 

Ecco quello che io vedo nelle parole di Papa Francesco, in quel “è pazzia il riarmo al 2% del Pil” e nelle sue parole iniziali: “Mi sono vergognato” che segnano l’idea di una vergogna collettiva, vergogna per il genere umano che sa rispondere ad armi solo con armi e non con le parole della fratellanza e dell’amore.

Pensarla così non significa essere traditore dell’occidente, filo putiniano. Pensarla così non significa non aiutare l’Ucraina ma significa porre le basi per garantire un futuro a quel Paese, evitando che sanzione dopo sanzione e bomba dopo bomba seppelliscano ciò che abbiamo di più caro: la nostra umanità.

sabato 19 marzo 2022

La dialettica dei leader, l'altro fronte della Guerra Russia-Ucraina

 

C’è un altro fronte su cui questa guerra viene combattuta. E’ quello delle parole. Quelle che risuonano di giorno nei parlamenti dell’occidente e poi, di notte, da Kiev, quando Zalensky sprona il popolo ucraino alla resistenza. E poi ci sono quelle dello zar, quelle che tentano di recuperare la storia della grande madre russia, che provano a nascondere quella blitskrieg che era stata assicurata da parte dei generali ma che non si è verificata. 

Ed allora servono le grandi piazze, i discorsi, le rassicurazioni al popolo russo per tentare di convincerlo d’una guerra giusta, fatta per difendere la patria dai nazisti ucraini, da quel governo di tossici e drogati che hanno realizzato un genocidio nel Donbass. E’ pieno lo stadio di Mosca, ma dalla Russia dicono che è pubblico pagante, nel senso che si tratta di lavoratori dello Stato che non potevano esimersi dall’assicurare il plauso allo zar. 

Eppure se nelle prime ore della guerra qualcuno avesse dovuto scommettere su quale delle due “dialettiche” avrebbe vinto, quasi tutti avrebbero puntato sul “politico” Putin e non sull’attore Zelensky. Invece non è stato così. Nonostante la guerra, o forse proprio per le condizioni di guerra, di questa invasione del suo paese, Zelensky diventa l’eroe popolare. 

Quello che piace ai britannici perché cita Churchill, ai tedeschi perché li rende partecipi della sua situazione citando questo muro di Berlino che si sta alzando in Euiropa. Piace al congresso americano perché usa il suo 11 settembre che dura da 24 giorni per ricordare lo stato d’animo americano dell’epoca e perché cita il sogno di Martin Luther King trasformandolo nel suo bisogno di salvare la popolazione ucraina. 

Alla fine ciò che stupisce è che Zalensky appare come lo Statista mentre Vladimir sembra l’attore, in una sorta di capovolgimento delle storie personali.

GIORNALI A COLAZIONE: SABATO 19 MARZO 2022

 Arrivano gli sconti sul carburante. 25 centesimi al litro ma solo fino alla fine del mese di Aprile. Contributi energetici per le aziende e stanziamento per la gestione dei profughi Ucraini. Sul fronte "guerra" l'incontro tra Biden e Xi-Jinping promette impegno comune per la Pace ma da parte della Cina non ci sarà nessuna condanna a Putin: il Dragone vuole mantenere buoni rapporti tanto col mercato occidentale che con quello russo. Putin allo Stadio spiega in diretta ai presenti e in Dad ai russi le ragioni dell'operazione "Z" citando Stalin, lo Zar, Lenin, la grande madre Russia e il genocidio dei nazisti del battaglione Azov nel Donbass. Il barometro della Pace segna stallo e a tarda sera slitta nuovamente l'ipotesi di colloquio diretto tra Putin e Zelensky






venerdì 18 marzo 2022

GIORNALI A COLAZIONE: VENERDI 18 MARZO

 Tre fronti diversi sui quotidiani oggi in edicola. Il fronte di guerra in Ucraina con le specifiche del "pantano" in cui è finito l'esercito Russo che non sembra riuscire o volere sfondare a Kiev ma con un aumento delle vittime militari e civili. Sarebbero 7.000 i militari russi morti secondo i servizi statunitensi. Il fronte diplomatico con il capo delegazione ucraino che dice "dieci giorni di tempo per una tregua" mentre Zelensky parla al Bundestag tedesco. Oggi il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden - che dà del criminale e assassino a Vladimir Putin - sentirà al telefono Xi-Jinpig per provare la "via della seta" alla diplomazia. Poi il fronte economico a casa nostra. Le decisioni del Governo per aiutare i profughi, quelle per aiutare italiani e imprese sul caro energetico e la fine dell'emergenza legata alla pandemia con più libertà agli italiani. Segnalo anche alcuni articoli che provano a comprendere la strategia della comunicazione di Zelensky che surclassa quella novecentesca di Putin. Buona giornata a tutti



giovedì 17 marzo 2022

LA RASSEGNA STAMPA DI GIOVEDI 17 MARZO

Quali sono i titoli dei quotidiani oggi in edicola? Questa la rassegna stampa della notte di @Rainews24. Anche oggi si parla per lo più di guerra e i bombardamenti a Mariupol e le vittime civili trovano lo spazio maggiore nella narrazione sui quotidiani. Però c’è anche molto spazio dedicato alle ipotesi di accordo tra Russia-Ucraina attraverso le rivelazioni del Financial Times che parlano di una bozza in 15 punti per arrivare al cessate il fuoco. L’Ucraina non deve entrare nella Nato e la Russia vuole che la comunità internazionale accetti che la Crimea sia Russa. Nel frattempo Joe Biden dà del criminale a Putin che dice: “L’operazione sta andando bene anche se il nostro obiettivo non è quello di occupare l’Ucraina”. Zelensky al Congresso Usa: “Noi viviamo il nostro 11 settembre da 21 giorni”. A casa nostra il governo studia le misure per dare una mano a cittadini e imprese sul caro energetico e sul caro carburante.





mercoledì 16 marzo 2022

In una intervista al Messaggero si parla del romanzo "Sotto le Ceneri"

L'inchiesta che si sviluppa nel romanzo prende spunto da una inchiesta vera sull'interramento delle ceneri della centrale Enel di La spezia a Fabro, in Umbria. Negli anni '80 e '90 i quotidiani locali umbri ne hanno parlato molto, anche perché all'epoca molte associazioni ambientaliste, locali e nazionali, si occuparono di quella vicenda. E, insieme a loro, interrogazioni parlamentari accesero i riflettori su quegli interramenti e sul fatto che la società che gestiva il trasporto delle ceneri della centrale aveva sede amministrativa a Roma, dove anche il PSI di Bettino Craxi aveva la propria sede, in via Tomacelli. Dunque il romanzo che tratta anche di questo, perchè alla fine si tratta di un giallo "ambientale" ha portato "Il Messaggero" a occuparsene. L'uscita del romanzo sarà il 28 aprile ma il libro è già in prevendita sugli store on line e nel portale dell'Editore Santelli che, mi piace ripeterlo, è mio omonimo e l'idea di pubblicare con un editore che si chiama come me mi è piaciuta davvero molto. Devo ringraziare la giornalista del Messaggero, Monica Riccio, che ha realizzato l'intervista.

Il Messaggero 15 marzo 2022 

sabato 12 marzo 2022

Dico la mia su questa sporca guerra

E’ da qualche tempo che quando scrivo o parlo con amici e colleghi devo fare sempre una premessa. Prima era: “Io ho fatto la terza dose, sono favorevole ai vaccini, non sono un no vax”. E poi provavo a spiegare le mie considerazioni legate al fatto che nell’era che definisco – e non sono il solo – della Pandemocrazia, c’è una restrizione dei diritti che io vedo se non anticostituzionali almeno al limite della costituzionalità. La proliferazione dei decreti del presidente del consiglio, lo scarso ruolo del Parlamento, la restrizione dei diritti per i non vaccinati quando, se è vero come è vero che le vaccinazioni proteggono (mentre scrivo sono a casa con il Covid dopo la terza dose), quelli che rischiano sono loro. Ma questa è un’altra storia, non ancora passata probabilmente, ma un’altra storia.

L’altra storia è quella della guerra tra Russia e Ucraina.

Anche qui premessa a mia salvaguardi. Non ho mai indossato magliette con la faccia di Putin. Per me uno che chiude la bocca dei giornalisti anche col piombo, uno che modifica la Costituzione del proprio Paese per restare a capo dello stesso fino al 2036, uno che in Georgia e in Cecenia, o in Siria ha fatto quel che ha fatto, uno che mette in carcere gli oppositori che a volte muoiono non si sa per quale ragione è e resta un dittatore fin da quando ancora non aveva invaso l’Ucraina e la Crimea. E quindi qualche sanzione più sostanziosa di quelle fatte rima della Guerra l’avrei gradita. Ma come ne gradirei anche ad altri, come Erdogan, che non è uno stinco di santo e che con i giornalisti ha, diciamo, qualche problema di convivenza pacifica. O come l’Egitto, e mi fermo qui.

Condanno Putin  anche per l’invasione dell’Ucraina, ovviamente, e questa guerra atroce che sta ammazzando persone: civili e militari, anche questi ultimi con madri, padri, mogli e figli.

Ma, come giornalista, qualche dubbio su quel che sta accadendo mi viene. E francamente, proprio perché faccio questo mestiere, sarebbe sbagliato se non mi venisse perché non stimolerei la mia curiosità o farei l’errore che troppi fanno: quello di non avere memoria.


Quando nel 1992 Gorbacev dette il via libera alla disgregazione dell’Urss, quando si sottoscrissero i patti per la riunificazione tedesca, lui stesso racconta che ci fu un accordo fra le parti per evitare un allargamento della Nato ad Est. Quindi, diciamo, le ragioni o se vogliamo chiamarle le “scuse” di Putin hanno un fondamento storico.

I rapporti dell’Europa e della Nato con la Russia non sono stati mai positivi. Mi chiedo, dunque, se la diplomazia o i servizi dei diversi paesi europei non avevano immaginato che di fronte a questo allargamento della Nato prima o poi lo Zar si potesse un tantinino incazzare.


Poi provo anche a leggere non l’informazione russa ma quella occidentale. Leggo che Lavrov, il ministro degli esteri russo, afferma che in Ucraina c’erano dei laboratori di ricerca biologica che trattavano cose sicuramente poco belle e che erano finanziate dagli Stati Uniti. Ammettiamo che, come dicono gli Usa, siano falsità. Allora, però, mi chiedo perché l’OMS ha consigliato all’Ucraina di distruggere i patogeni conservati in alcuni laboratori.

Come contesto, purtroppo, la scarsa attenzione della mia Europa a quel che dal 2014 è accaduto nelle regioni ucraine del Donbass dove con le armi e anche attraverso l’uccisione di civili, si stavano compiendo atti che un Paese civile non avrebbe mai compiuto di fronte ad una richiesta di maggiore indipendenza della popolazione filorussa. La situazione esplose nelle proteste dell'Euromaidan nel 2014, con il conseguente colpo di Stato che destituì Janukovic, costretto alla fuga, e vide l'instaurarsi di un governo nazionalista, fortemente anti russo a guida di Petro Porošenko. Ne seguì un'ondata iconoclasta, similmente a quanto avvenne nei paesi baltici in seguito al crollo dell'URSS, i manifestanti anti russi abbatterono le statue di epoca sovietica, le amministrazioni cambiarono il nome dei luoghi pubblici che evocavano il passato sovietico e li sostituirono con i nomi dei collaborazionisti. Particolarmente emblematico fu l'abbattimento delle statue di Lenin e la loro sostituzione con quelle del collaborazionista Stepan Bandera. 

Anche la festa nazionale venne modificata, non più il 9 maggio, che è la Giornata della vittoria dell'URSS sul nazismo, ma il 24 agosto, Giornata dell'indipendenza ucraina dall'URSS. Ciò non avvenne in Ucraina orientale, dove anzi qualsiasi tentativo in tal senso era fortemente osteggiato dalla popolazione, che iniziò a mobilitarsi per staccarsi dall'Ucraina. La situazione per la comunità russa si faceva infatti sempre più difficile: le autonomie concesse dai governi precedenti vennero tutte revocate, l'uso e l'insegnamento della lingua russa vennero fortemente limitati e iniziarono a diffondersi episodi di grande violenza nei loro confronti, il più celebre fu la Strage di Odessa del 2 maggio 2014, dove almeno 48 russi vennero bruciati vivi nella Casa del Sindacato”.

Infine so che la democrazia è fatta anche di realpolitik. So che portare Putin al tavolo della trattativa non è cosa semplice. E so anche che più tempo passa, più sarà difficile ottenere accordi migliori. Ho paura che per l’Ucraina le due Repubbliche del Donbass, la Crimea e la città di Odessa siano perse definitivamente e che qualsiasi accordo non potrà trovare per quella zona una soluzione diversa che non sia quella dell’autonomia da Kiev. Come sono convinto che qualsiasi accordo non potrà fare a meno di cedere sul fatto che l’Ucraina mai entrerà nella Nato, almeno fino a quando non cambino un po’ di cose in Russia.

Questo perché, a meno che non si voglia trasformare un conflitto che sul campo è ancora tra due Stati (tre con la Bielorussia) in qualcosa di molto più pericoloso, la Russia questa guerra la vince. La vince soprattutto in quei territori filorussi.

Sarei felice se non finisse così, come sarei stato felice se, alla fine della seconda guerra mondiale, avessimo conservato l’Istria e la Dalmazia. Ma proprio per la realpolitik quello non fu possibile.

Infine mi sento di condividere il pensiero dei colleghi del sindacato della tv di stato Greca. Non è vietando all’occidente di leggere le informazioni di parte che giungono dalle tv e dalle agenzie russe che si evita che qualcuno in occidente sia Putiniano. C’è sempre chi è disposto a mettere una maglietta con la faccia del dittatore. 


giovedì 10 marzo 2022

Questa volta si tratta di un romanzo

Ho scritto saggi, per parlare di politica a sinistra, per parlare di Berlusconi, ho scritto, anzi, tramutato in scritto i racconti che Andrea Camilleri aveva fatto a Raisat Extra nei primi anni del 2000. Poi, che dire, parlare sempre di politica diventa anche un po' palloso per chi lo fa per mestiere. Così ho provato la strada di un romanzo giallo che, però, ha sempre qualche risvolto politico. 

Questo perché la storia che ne è alla base affonda negli anni di tangentopoli e, se avrete modo di leggerlo, lo potrete capire bene. Ma un romanzo da anche il modo di confrontarsi un po' con sé stessi. 

Così ci sono anche pezzi di storia vera che mi hanno coinvolto direttamente così come coinvolgono Matteo, giovane cronista di provincia. E la provincia. Una provincia che amo, quella che si trova nell'orvietano, in Umbria al confine tra Lazio e Toscana. Non è la mia terra di origine ma quella dei miei e quindi, geneticamente mi appartiene. Per me il romanzo è una prova, cimentarmi con una scrittura che certamente non è come quella giornalistica. L'esperienza, realizzata in epoca di pandemia, mi è piaciuta ed ora bisognerà capire se piacerà anche a voi lettori. Il 28 aprile il romanzo "Sotto le ceneri" uscirà nelle librerie, sarà acquistabile on line. E, pensate, viene pubblicato da un editore importante che porta il mio stesso cognome. Un piacevole incontro, dunque, che ci ha fatto attrarre come due calamite che hanno poli opposti. vediamo come va. 

domenica 20 febbraio 2022

Trent'anni fa tangentopoli. Le voci di chi l'ha vissuta

 Cirino Pomicino, ministro DC e fra i membri del caminetto dello scudocrociato, Ugo Intini, portavoce del PSI e uomo molto vicino a Bettino Craxi, Primo Greganti, il "compagno G" che negli anni è diventato quell'eroe del PCI capace di negare ogni addebito di tangenti al Partito affermando che si trattasse di consulenze fatte alle diverse aziende di Stato. Li abbiamo intervistati con Roberto Secci per Rainews 24


martedì 25 gennaio 2022

La mucca, l’elefante e le fidanzate: il futuro del Quirinale

Usiamo le metafore per spiegare e semplificare quel che accade nelle elezioni per il Presidente della Repubblica. Se si dividono i fronti, quello progressista e quello del centrodestra, ognuno ha da risolvere i problemi interni.

Partiamo dal centrodestra e partiamo dal kingmaker del centro destra, Matteo Salvini. Nel suo salotto ha sia l’elefante che la mucca, come direbbe Pierluigi Bersani. Le difficoltà sono rappresentate dalla mucca Forza Italia che, orfana di Berlusconi che con il ritiro ha consumato forse il suo ultimo atto politico, guarda alla possibilità di un futuro centrista che allarga la sua prospettiva a Renzi, che sta dall’altra parte, a chi è già uscito da Forza Italia come Romani e Toti e a un mondo ampio che trova al momento una sua temporanea casa nel gruppo misto. E loro pensano ad un Presidente della Repubblica centrista che, come Pier Ferdinando Casini, abbia una appartenenza centrista di lungo corso e che sappia ragionare con entrambi i poli. Paolo Romani a Rainews24 ha fatto un endorsement molto diretto all’ex presidente della Camera. E questo variegato mondo del centro ha un proprio kingmaker nemmeno tanto nascosto: Matteo Renzi. 

Lui, piaccia o meno dal punto di vista politico, è quello che ne capisce di più. E’ lui che, alla fine, staccando la spina al Conte 2 – ha portato Draghi a Palazzo Chigi. Ed è lui che, per primo, ha messo lì sul tavolo il nome di Pier Ferdinando Casini.  Che però non piace a Salvini che dice che non sarà certamente tra i nomi sollecitati dal centrodestra. Resta l’opzione Draghi. Ma Draghi serve al Kingmaker Salvini se riesce a far passare la propria linea tesa a mitigare la crescita elettorale dell’elefante del gruppo: Giorgia Meloni.  La Meloni non entrerà mai al governo con Draghi. L’azione di opposizione, dura, puntuale, la fa crescere nei consensi proponendosi come unica forza capace di far propri i temi una volta leghisti della sicurezza e della protezione dei confini dall’arrivo dei migranti. Temi sensibili per l’elettorato di centro destra. Ed è per questo che Salvini, nel giocare la carta Draghi, è chiaro. In ogni caso alla lega serve il Viminale. Ma chiede ciò che destabilizza la maggioranza attuale. Politicamente, sulla vicenda migranti, un pezzo della coalizione che sostiene il governo Draghi lo ha condannato. Movimento cinque stelle e Pd non possono accettare Salvini agli interni. E così c’è freddezza per il sostegno a Draghi. E su questo Fratelli d’Italia gioca: “Certo – dice Rampelli – non possiamo essere noi a fare il nome di Draghi”.

Poi c’è il fronte progressista. Il kingmaker in questo caso, vuoi o non vuoi, lo fa Enrico Letta. Il suo problema è quello dei ragazzi maggiorenni che vogliono uscire con una ragazza ancora minorenne. In che senso?

Tra il giovane maggiorenne e la ragazza ancora minorenne non si possono mai decidere le cose da soli. Il giovane Letta, dunque, non ha problemi nel definire la propria decisione con i suoi genitori che possiamo immaginarli come PD per padre e Leu per madre. E’ libero, maggiorenne e la famiglia si fida di lui. Ma la ragazza? La ragazza, che potremmo identificare in Giuseppe Conte, ad ogni ipotesi sul loro futuro che Letta fa è sempre la stessa: “Si, sono d’accordo, ma devo parlarne con i miei”. E i suoi, quelli di Conte, esercitano pressioni e per di più sono divorziati. E così la questione è complicata.

Sul Quirinale i pronostici sono sempre complicati. Ed è per questo che avanzare un’opzione è complicata. Per Gasparri, Draghi, dunque, dovrebbe stare nella sala operatoria, quindi a Chigi. E a quel punto, io avanzo l’ipotesi, il Presidente della Repubblica che soddisfi entrambi gli schieramenti  magari non sarà Pier Ferdinando Casini, ma l’identikit è quello. Se non apparirà nelle liste dei due schieramenti la sua posizione si consoliderà di sicuro.

Infine entrambi gli schieramenti non possono accettare l’ipotesi che due tecnici occupino sia la carica di Presidente della Repubblica che quella di Presidente del Consiglio.  E per questo l’extrema ratio, che piacerebbe a molti, è quella che tutto resti così come è ora. Mattarella di nuovo al Quirinale e Draghi a Palazzo Chigi. Poi, dopo il voto delle politiche, si vedrà se modificare le cose.


giovedì 21 marzo 2019

Gli amari "nodi" lucani

Questo fine settimana si vota in Basilicata. Centro destra contro centrosinistra e come outsider i cinque stelle che hanno un'unica lista contro le corazzate dei due poli. C'è anche un candidato di sinistra. Ma noi siamo andati a capire, per Rainews24, quelli che sono i temi aperti in quella regione. Infrastrutture, il petrolio e come vengono spese le royalties ma anche le problematiche ambientali che ne derivano. Grandi risorse del sottosuolo che sembrano in contraddizione. Da una parte il petrolio, appunto, e poi riserve idriche che servono non solo la Basilicata ma anche la Puglia. 

domenica 3 marzo 2019

La storia delle Primarie, del Pd e del centrosinistra



Il primo a sottoporsi alle primarie fu Agazio Loiero il 28 novembre del 2004 come candidato presidente della Calabria. Quelle ed altre primarie di quell’anno erano prove generali per arrivare alla prima Nazionale quando l’unione, il 16 ottobre del 2005, portò a votare 4.300.000 elettori per scegliere il proprio candidato alla Presidenza del Consiglio. Vinse Prodi con 3.200.000 voti. Un bagno di popolo del centro-sinistra.

Da quel momento in poi le primarie vengono utilizzate anche per la scelta del segretario del PD. Così Veltroni, il 14 ottobre di due anni dopo, viene eletto da una primaria che porta ai gazebo più di 3 milioni e mezzo di elettori. Vince su Rosy Bindi ed Enrico Letta con 2.700.000 voti.

Il 25 ottobre del 2009 si sceglie invece Bersani. 3.100.000 al voto ed è segretario con 1.600.000 voti. Franceschini si ferma a un milione e Marino a 400.000.

Da statuto dei DEM il segretario è il candidato naturale alla Presidenza del consiglio. Matteo Renzi costringe però Bersani alle primarie. Il 25 novembre del 2012, al voto andarono oltre 3 milioni di elettori di Italia bene comune – né Bersani ne Renzi raggiungono il 50% più uno. Si va al ballottaggio e il 2 dicembre è Bersani a prevalere su Renzi con il 60,9% dei voti.

Siamo all’8 dicembre del 2013. Dopo le dimissioni di Bersani da segretario, alle primarie, Renzi sfida Cuperlo e Civati. Al voto 2.800.000 elettori e l’ex sindaco di Firenze prende il 67,55% dei voti. Matteo Renzi si dimetterà da  segretario dopo la sconfitta del Referendum Costituzionale del 4 dicembre del 2016.

Ad aprile del 2017 si ricandida alla segreteria. Renzi vince le primarie. Votano meno di 2 milioni di elettori ed il calo è sensibile. Il segretario ottiene il secondo mandato con un milione e duecentomila voti a scapito di Andrea Orlando e Michele Emiliano.

Dopo il deludente risultato delle politiche del 2018 si dimette nuovamente il 12 marzo e  la reggenza viene affidata a Maurizio Martina dall’assemblea nazionale del PD.

Il reggente si dimette il 30 ottobre del 2018 e quindi si da il via ai congressi. Domenica sera ci sarà un nuovo segretario ma questo solo se uno dei contendenti raggiungerà il 50% più uno dei voti espressi.

martedì 19 febbraio 2019

Matteo Salvini non è "processabile"

Michele Giarrusso passa tra i senatori Dem
e mostra il segno delle manette
16 si e 6 no. Matteo Salvini, secondo la Giunta per le immunità, non è processabile. Ha perseguito interessi legittimi di governo senza togliere diritti costituzionali ai 177 migranti della Diciotti. Ed ora, entro il 23 marzo, ad esprimersi saranno i colleghi senatori. Lui, il leader del Carroccio, dice che sarebbe stato in ogni caso tranquillo perché il suo dovere è difendere i confini del suo Paese e la sua gente. E parla del governo come un gruppo, una squadra e non individualità.  Soddisfatto anche il presidente della Giunta, Maurizio Gasparri. È sua la relazione ad aver raccolto la maggioranza dei voti dei commissari.
Quando i commissari escono, però, trovano la protesta dei senatori dem. Per i cinque stelle sembra la pena del contrappasso. C'è qualcun altro che grida onestà al loro posto. E obiettivo principale è il capo dei commissari cinque stelle, Michele Giarrusso. Per due volte risponde facendo il gesto delle manette. Poi spiega perché è convinto che il movimento non sia diviso su un tema che comunque ha visto la base dire no all'autorizzazione a procedere ma con un 40% di dissenso interno. 
È stata una grande prova di partecipazione democratica. Ad attaccare il voto dei commissari 5 stelle Bonifazi del PD. La piattaforma Rousseau viene a desautorare il parlamento ed è farlocca, anticostituzionale. Mentre Piero Grasso di Leu parla di un vulnus. Quando un governo è legittimato anche a superare i limiti previsti dalla Costituzione creiamo un precedente pericoloso. Ora la palla passa all'Aula di palazzo Madama.

lunedì 18 febbraio 2019

In attesa del voto su Rosseau

Questo voto su Salvini è come il concime organico. Più lo rigiri e più puzza. Si poteva evitare la consultazione della base rispetto all'ipotesi di autorizzazione a procedere per Salvini? No, il movimento non lo poteva fare. Il movimento è convinto che arriverà un no all'autorizzazione a procedere che riesca a salvare il governo da una crisi che a quel punto sarebbe difficilmente evitabile? Si. Ma alla fine quel si peserà in ogni caso. Il voto su Salvini è comunque un giudizio, il primo vero giudizio su questo accordo di programma e sul gradimento del capo politico. E mentre la Lega incassa successo che sembrano inarrestabili nei sondaggi, il movimento è al palo e i risultati sul reddito di cittadinanza avranno bisogno di tempo. Dopo il voto in Abruzzo, D'Uva, parlamentare pentastellato, ha detto che esce poco il lavoro che il movimento ha fatto in termini di sostegno alle fasce più deboli e politiche di riforma. Ed è vero. Se Salvini ha una macchina di comunicazione oliatissima ed una presenza sui social fantastica, il Movimento che era all'avanguardia oggi accusa un ritardo anche nei confronti di quell'Agorá virtuale di cui qualche anno fa era padrone incontrastato. Oggi, sul voto per il caso Diciotti, anche la piattaforma Rousseau sta creando qualche problema e alcuni parlamentari si dicono come sia possibile che un investimento che pesa sui parlamentari per 98mila euro al mese possa funzionare un po' a singhiozzo. Dovrebbe essere perfetto, dicono alcuni sottovoce, perché altrimenti le accuse di scarsa trasparenza del voto trovano terreno fertile. E infatti le opposizioni, tutte, nessuna esclusa, soffiano sul fuoco del voto a presa in giro degli italiani. E lo spostamento del fine voto alle 21 (inizialmente era previsto per le 19) non gioca a favore dei cinque stelle. Comunque noi di Rainews24 siamo qui a raccontarvi quel che accadrá. La fine del voto, il risultato e poi la discussione su di esso che interesserà i gruppi congiunti di Camera e Senato. Serve una posizione chiara da prendere entro domani alle 13,30 quando il Presidente della giunta per le autorizzazioni ha fissato la riunione che dovrà portare alla decisione se Salvini potrà o non potrà essere processato. E oggi tre sindaci dei cinque stelle che a processo ci sono andati (Nogarin, Appendino e Raggi) hanno comunque detto che per loro non c'è stata immunità ma processo. Un segnale di una base che comunque un poco riottosa lo è. Con la Lega che avvisa. In caso di autorizzazione a procedere c'è la crisi!

Elezioni comunali di Orvieto. Scopetti cambia le serrature, Nevi alza la voce, la Lega alza il tiro.

La più sofisticata e diabolica strategia politica immaginata dagli avversari politici non potrà mai eguagliare quella che, in modo autonomo, la dirigenza locale del Pd sta mettendo in atto per un suicidio politico che ormai sta andando verso un punto di non ritorno.

Dopo le discussioni di cinque anni che hanno perso il senso della ragione per cui qualsiasi panno sporco si lavava in casa e senza clamore, ora la diatriba Scopetti-Germani arriva al punto del cambio della serratura. Cosa che difficilmente succede anche quando la moglie butta fuori di casa il marito fedifrago. Siamo agli stracci che non considerano minimamente il futuro del più grande partito della sinistra del territorio. Un dramma, uno tsunami e la rinuncia a combattere. I fatti non vale la pena raccontarli, ma certo è che ora, di fronte ad un neonato comitato voluto dall'ex sottosegretario Bocci, il percorso unitario che era già di per sé una sfida all'ok corral diventa ancor più in salita.

Giuseppe Germani fa sapere che se si trova un candidato più autorevole, che possa competere maggiorente col centrodestra (alla ricerca ora di una unità meno remota) potrebbe fare un passo indietro. Ma il VIP più volte annunciato da Andrea Scopetti che dovrebbe essere in una busta sigillata da qualche parte, al momento sembra rispondere ad un identikit fantasioso. E se uno ha un nome da spendere lo dovrebbe mettere sul tavolo subito, almeno per cercare di raggiungere l'unità, per far conoscere la persona e per cominciare una campagna elettorale che resta in salita per il centrosinistra.

E magari anche per parlare dei problemi della città e delle ricette che le diverse coalizioni vogliono mettere in campo. Questo per evitare che, come troppo spesso accade, si parli delle gambe su cui devono correre programmi che, ahimè, non ci sono. Se la campagna elettorale si indirizza solo nella fattispecie della "tifoseria" discutendo solo delle cose che l'amministrazione uscente non ha fatto ma non di ciò che bisognerebbe fare, allora sarà tutto sprecato. Chi vince, vince, tanto la musica non cambia.

Al momento languono incontri con le forze sociali, economiche, culturali del territorio. I candidati si vedono con i loro sostenitori "stretti" per preparare fantomatiche liste di sostegno, alla ricerca di candidati consiglieri "acchiappavoti" ma per il resto manca qualsiasi idea complessiva di città, per la città alta e per quella bassa. E quelle forze vive, invece, chiedono di vedere progetti.

Manca la passione, manca un orizzonte, mancano la volontà di affrontare i temi.

L'annosa vicenda della discarica resta appesa alla tracotanza di Acea che continua a sbancare per ospitare più rifiuti; c'è una questione ambientale che va addirittura al di là della discarica che sta pregiudicando questo territorio e rischia di mettere in crisi il comparto agricolo di eccellenza; il futuro della Caserma per cui non c'è un progetto condiviso che dovrebbe avere la capacità di mettere sul mercato quell'immobile con una destinazione chiara; fioriscono bed and breakfast che fanno concorrenza alle strutture ricettive. Strutture ricettive che, però, forniscono servizi troppe volte peggiori di quelli dei B&B ma che non hanno risorse per migliorarli; chiudono attività nel centro storico e, da qualche tempo, anche nelle zone più popolose dei quartieri sotto la Rupe; si sono chiuse le piazze ma bisogna pensare ad un progetto per la loro valorizzazione, per riempirle, per portare non solo i turisti ma anche gli abitanti del territorio nella città alta per ridare fiato all'economia; ad Orvieto ci sono prezzi di acquisto e di affitto delle abitazioni che non permettono alle giovani coppie di venire a ripopolare un centro fatto ormai quasi solo di terza età; quasi ogni bar vende cibi precotti e fa concorrenza a quelle trattorie e ristoranti che esaltano l'idea di una città legata a slow food; c'è l'inconsistenza di Orvieto nel contesto regionale che meriterebbe addirittura scelte drastiche per ottenere il giusto ruolo che meritiamo.

Eppure, proprio su questo punto, notiamo come la stessa scelta dei candidati del centrodestra a sindaco della città di Orvieto passa per uno squallido mercanteggiamento regionale. Nevi alza la voce per Forza Italia, litiga con Polidori perché si discute tra Roberta Tardani e Roberto Meffi. Ma sappiamo che il candidato sindaco del centrodestra di Orvieto, per il risiko regionale, spetta a Forza Italia. Ma la Lega, in ogni caso, prova a forzare ufficiosamente sulla candidatura della Tardani, pur ribadendo che sempre scelta di Forza Italia è, quindi prova a mettere al sicuro la propria candidatura alla leadership del centrodestra nelle prossime regionali.

E a tre mesi dalle elezioni resta ancora incerta la candidatura dei cinque stelle con Lucia Vergaglia che si confronta con i cittadini davanti ad un caffè ma ancora non può sostenere di essere lei la candidata del movimento perché i meccanismi di partecipazione, discussione e scelta di un partito che era veloce sono diventati elefantiaci e anche attenti agli equilibri regionali.

Ma continuiamo con i temi. C'è una sanità rappresentata dall'Ospedale in ginocchio perché se non fosse per il personale che si divide in quattro avrebbe già chiuso i battenti. E forse non è un caso che dall'ospedale arrivi anche una candidatura a Sindaco, quella di Andrea Mazza.  C'è un sistema di mobilità alternativa che dovrebbe essere ripensato con una città che è come se chiudesse le porte da una certa ora in avanti; un'accoglienza turistica che è latente nei giorni di maggiore afflusso con un ufficio turistico chiuso in quei giorni e con scarsi servizi ai turisti; ci sono 1500 pendolari che ogni mattina partono per Roma e altri 200 per Firenze con treni che fanno quella tratta negli stessi tempi di percorrenza di inizio '900 e con costi di abbonamento che superano abbondantemente il 10% dello stipendio di un operaio.

Tutti questi temi non si risolvono con la bacchetta magica e per questo è necessario aprire un dibattito. Chi si prepara a guidare la città deve cominciare a proporre le proprie idee, sapendo che fare il sindaco non è cosa fatta di onori ma per lo più di oneri. Porta via tanto tempo e per questo serve una squadra che non sia un'applicazione del manuale Cencelli per accontentare i gruppi o le forze politiche che ti sostengono, ma di professionalità. Persone che ci capiscono nel settore che devono guidare. Che abbiano tempo da dedicare per un ruolo che è una missione.

Parlo di squadra perché non possiamo nascondere che molti professionisti o dipendenti che potrebbero scegliere di dare un proprio contributo alla città, molte volte fanno un passo indietro perché non possono permettersi di rinunciare completamente al loro lavoro poiché non esiste partita economica equivalente. E così la platea dei possibili candidati si restringe, facendo a meno di indubbie professionalità. Eppure quei ruoli, se svolti a tempo pieno, sono da considerare a tutti gli effetti a capo della principale attività economica del territorio e di quella che condensa le maggiori responsabilità.

Ed è per questo, allora, che serve una squadra vera, in cui vi siano responsabilità e ruoli condivisi e gestiti con capacità reali.

E bisogna essere anche emotivamente strutturati perché si potrà essere anche il migliore dei sindaci al mondo, ma non si metteranno mai tutti i cittadini d'accordo.

Per questo a chi sarà in campo è giusto chiedere di stare tra la gente e parlare dei loro progetti e delle donne e degli uomini con cui vorranno portarli avanti.


martedì 5 febbraio 2019

La valle del dolore



La Valle del Mela è uno dei territori più inquinati della Sicilia. Siamo in provincia di Messina, sulla costa nord orientale dell'isola. Una raffineria, un elettrodotto. Un'azienda che è di interesse strategico nazionale ma che ha inquinato un territorio. Aumentano neoplasie e malformazioni genetiche sui bambini e un territorio da anni protesta perché i controlli inquinanti non hanno mai rispettato le indicazioni date anche dall'Organizzazione Mondiale della sanità. In queste settimane alcuni dirigenti sono stati rinviati a giudizio per disastro ambientale mentre, anche in passato, l'azienda è stata funestata da altri incidenti anche mortali e sversamenti di idrocarburi in mare. Il nostro inviato Giorgio Santelli ha realizzato il reportage che vi proponiamo

lunedì 28 gennaio 2019

Elezioni comunali: Orvieto come la Kamchatka



Occorre un atto rivoluzionario per questa città che andrà al voto tra qualche mese. Non un salto nel buio ma il coinvolgimento di tutti in un progetto capace di interrompere il giogo a cui questo territorio è stato sottoposto. Non esiste una forza politica, nel contesto regionale, capace di riconsegnare a questa città la propria dignità.

Orvieto è puramente merce di scambio per i partiti politici maggiori, in un Risiko regionale. Sembra davvero il Risiko giocato, e noi contiamo come la Kamchatka che è il territorio da conquistare e utilizzare come risarcimento di interessi più vasti.

Se ti prendi Orvieto mi lasci Foligno anche se ho già Perugia ma poi non ti mettere in testa di nominare il candidato alla presidenza della Regione.

Dove mettiamo i rifiuti? A Orvieto. Ma la città dice basta. Ecchissenefrega.

Nelle liste per le politiche mettiamo un orvietano... ma come quarto o quinto in posizione non eleggibile. Però porta i voti.

Tagliamo i tribunali? Orvieto. Le Asl? Orvieto. Agenzia delle entrate? Orvieto.

Modifichiamo la legge elettorale... ma così il territorio dell'orvietano non elegge nessun consigliere. "Sticazzi"!

Può venire la Sapienza a Orvieto? Siete matti? S'incazza Bistoni A Perugia.

Potenziamo l’ospedale di Orvieto? No, serve solo emergenza e urgenza e magari possiamo chiudere anche qualche reparto.

Noi siamo la Kamchatka del Risiko politico regionale.

Analisi semplice? Non c'è dubbio. Ma vera. E allora che si deve fare? Le difficoltà delle ultime due giunte che si sono succedute - Concina e Germani - sono state frutto di questi compromessi, giocati su tavoli paralleli con regole diverse e senza che la città potesse mettere becco. Poi i sindaci sbraitavano ma, probabilmente tra i loro consiglieri, c’era sempre qualche valvassino che rispondeva a un valvassore (non orvietano) che rimandava a un vassallo che riferiva al Re (nel nostro caso la regina). Noi? Servi della Gleba.

In questa nuova partita di Risiko, che si sta giocando per le prossime elezioni amministrative, sta succedendo la stessa cosa. Si pensa ad un candidato e poi lo si brucia o si pensa di utilizzarlo come arma di scambio, come se fosse un carrarmatino da utilizzare nel consueto tiro dei dadi per recuperare questa o quella posizione. Così, nell’arco di una partita, il candidato diventa ostaggio delle segreterie politiche (non orvietane).

Allora la rivoluzione quale sarebbe?

Faccio esempi diversi, così non mi si accusa di partigianeria. Il Sindaco di Parma, Pizzarotti, vince da solo il secondo mandato contro ogni pronostico in chiave civica. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando manda a quel paese il PD e riconquista la città. Il Sindaco di Terracina, Nicola Procaccini, litiga col centrodestra e vince il secondo mandato a capo di una lista di Fratelli d’Italia e Noi con Salvini (ma la Lega va poi all’opposizione). Il sindaco di Latina Damiano Coletta è stato eletto in una lista civica contro centrodestra e centrosinistra. La rivoluzione è l’omogeneità e la trasversalità inserite all’interno della lista di chi sostiene il candidato, lasciando fuori – per un doveroso bagno di umiltà – chi gioca su tavoli separati.
Per il nostro territorio questa sarebbe una rivoluzione e un recupero di dignità.

Sento già chi dice che in questo modo saremmo isolati perché non ci sarebbero più referenti regionali e provinciali. La risposta è altrettanto semplice. Ma fino ad oggi questi cosiddetti referenti hanno giocato la nostra stessa partita, erano in squadra con noi o giocavano in squadre avversarie?

Io penso che se Germani non avesse avuto lacci e lacciuoli di una maggioranza che gli ha messo non bastoni ma travi nelle ruote, avrebbe forse governato meglio. Non posso dirlo con certezza ma posso sicuramente immaginarlo. Se passi il tempo a difenderti dai “tuoi” il tempo del “governo” si restringe. Spero che l’esperienza di questa consiliatura che si avvia al termine gli abbia fornito elementi utili alle scelte future.

E altrettanto dico a chi emerge dalle cronache politiche come altro candidato civico di non farsi imbrigliare negli stessi meccanismi. Telefonasse a Toni Concina per farsi spiegare le difficoltà che ha incontrato. Un noto adagio recita: meglio soli che male accompagnati.

Quando si presenta una maggioranza il programma è quello del sindaco. E il sindaco, per legge, ha tutto il diritto di nominare la propria squadra di governo e con essa di chiedere fiducia al proprio consiglio comunale. Se diverse liste sostengono un candidato sindaco lo fanno per la condivisione di quel progetto. Non hanno necessità di garanzie legate a presenze in giunta, né tanto meno devono servirsi dei referenti provinciali e regionali per stabilire che cosa è bene per questa città.

Ecco, a me piacerebbe vedere tanti candidati sindaco o sindaca liberi da questi lacci e lacciuoli perché questo serve. Come la Kamchatka siamo stati colonizzati. E allora serve un po’ di AUTODETERMINAZIONE. Anche questo è concetto politicamente trasversale che appartiene tanto alla Rivoluzione Francese, al pensiero Leninista ma anche a Woodrow Wilson.

sabato 26 gennaio 2019

Il presidio a Castelnuovo di Porto


Di fronte al Cara di Castelnuovo di Porto, luogo degli sgomberi, il presidio continua con associazioni, cittadini comuni, organizzazioni legate all'accoglienza dei migranti. Un'Italia diversa da quella dei respingimenti e da quella che ha voluto, approvato e che sostiene il Decreto Sicurezza. Oggi anche una banda dopo che nei giorni scorsi la deputata Rossella Muroni ha provato a fermare un autobus per chiedere chiarezza sui trasferimenti dei migranti. Sono politiche che fanno discutere, che dividono il Paese e che vengono comunque utilizzate a fini elettoralistici da chi, da sempre, ha fatto della campagna contro i migranti un proprio cavallo di battaglia. Oggi lì sono risuonate anche le note di Bella Ciao.

venerdì 25 gennaio 2019

ELEZIONI COMUNALI: ORVIETO E’ COME LA KAMCHATKA



Occorre un atto rivoluzionario per questa città che andrà al voto tra qualche mese. Non un salto nel buio ma il coinvolgimento di tutti in un progetto capace di interrompere il giogo a cui questo territorio è stato sottoposto. Non esiste una forza politica, nel contesto regionale, capace di riconsegnare a questa città la propria dignità.

Orvieto è puramente merce di scambio per i partiti politici maggiori, in un Risiko regionale. Sembra davvero il Risiko giocato, e noi contiamo come la Kamchatka che è il territorio da conquistare e utilizzare come risarcimento di interessi più vasti.

Se ti prendi Orvieto mi lasci Foligno anche se ho già Perugia ma poi non ti mettere in testa di nominare il candidato alla presidenza della Regione. 
Dove mettiamo i rifiuti? A Orvieto. Ma la città dice basta. Ecchissenefrega. 
Nelle liste per le politiche mettiamo un orvietano... ma come quarto o quinto in posizione non eleggibile. Però porta i voti. 
Tagliamo i tribunali? Orvieto. Le Asl? Orvieto. Agenzia delle entrate? Orvieto. 
 Modifichiamo la legge elettorale... ma così il territorio dell'orvietano non elegge nessun consigliere. "Sticazzi"! 
Può venire la Sapienza a Orvieto? Siete matti? S'incazza Bistoni A Perugia.  
Potenziamo l’ospedale di Orvieto? No, serve solo emergenza e urgenza e magari possiamo chiudere anche qualche reparto. 
Noi siamo la Kamchatka del Risiko politico regionale. 

Analisi semplice? Non c'è dubbio. Ma vera. E allora che si deve fare? Le difficoltà delle ultime due giunte che si sono succedute - Concina e Germani - sono state frutto di questi compromessi, giocati su tavoli paralleli con regole diverse e senza che la città potesse mettere becco. Poi i sindaci sbraitavano ma, probabilmente tra i loro consiglieri, c’era sempre qualche valvassino che rispondeva a un valvassore (non orvietano) che rimandava a un vassallo che riferiva al Re (nel nostro caso la regina). Noi? Servi della Gleba.

In questa nuova partita di Risiko, che si sta giocando per le prossime elezioni amministrative, sta succedendo la stessa cosa. Si pensa ad un candidato e poi lo si brucia o si pensa di utilizzarlo come arma di scambio, come se fosse un carrarmatino da utilizzare nel consueto tiro dei dadi per recuperare questa o quella posizione. Così, nell’arco di una partita, il candidato diventa ostaggio delle segreterie politiche (non orvietane).

Allora la rivoluzione quale sarebbe?

Faccio esempi diversi, così non mi si accusa di partigianeria. Il Sindaco di Parma, Pizzarotti, vince da solo il secondo mandato contro ogni pronostico in chiave civica. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando manda a quel paese il PD e riconquista la città. Il Sindaco di Terracina, Nicola Procaccini, litiga col centrodestra e vince il secondo mandato a capo di una lista di Fratelli d’Italia e Noi con Salvini (ma la Lega va poi all’opposizione). Il sindaco di Latina Damiano Coletta è stato eletto in una lista civica contro centrodestra e centrosinistra. La rivoluzione è l’omogeneità e la trasversalità inserite all’interno della lista di chi sostiene il candidato, lasciando fuori – per un doveroso bagno di umiltà – chi gioca su tavoli separati.

Per il nostro territorio questa sarebbe una rivoluzione e un recupero di dignità.

Sento già chi dice che in questo modo saremmo isolati perché non ci sarebbero più referenti regionali e provinciali. La risposta è altrettanto semplice. Ma fino ad oggi questi cosiddetti referenti hanno giocato la nostra stessa partita, erano in squadra con noi o giocavano in squadre avversarie?
Io penso che se Germani non avesse avuto lacci e lacciuoli di una maggioranza che gli ha messo non bastoni ma travi nelle ruote, avrebbe forse governato meglio. Non posso dirlo con certezza ma posso sicuramente immaginarlo. Se passi il tempo a difenderti dai “tuoi” il tempo del “governo” si restringe. Spero che l’esperienza di questa consiliatura che si avvia al termine gli abbia fornito elementi utili alle scelte future.

E altrettanto dico a chi emerge dalle cronache politiche come altro candidato civico di non farsi imbrigliare negli stessi meccanismi. Telefonasse a Toni Concina per farsi spiegare le difficoltà che ha incontrato. Un noto adagio recita: meglio soli che male accompagnati.

Quando si presenta una maggioranza il programma è quello del sindaco. E il sindaco, per legge, ha tutto il diritto di nominare la propria squadra di governo e con essa di chiedere fiducia al proprio consiglio comunale. Se diverse liste sostengono un candidato sindaco lo fanno per la condivisione di quel progetto. Non hanno necessità di garanzie legate a presenze in giunta, né tanto meno devono servirsi dei referenti provinciali e regionali per stabilire che cosa è bene per questa città.

Ecco, a me piacerebbe vedere tanti candidati sindaco o sindaca liberi da questi lacci e lacciuoli perché questo serve. Come la Kamchatka siamo stati colonizzati. E allora serve un po’ di AUTODETERMINAZIONE. Anche questo è concetto politicamente trasversale che appartiene tanto alla Rivoluzione Francese, al pensiero Leninista ma anche a Woodrow Wilson.

Orvietani, conquistati, vilipesi e saccheggiati




Possibile che non si comprenda il vero problema, ovvero che siamo isolati? La Regione ha sacrificato questo territorio perché la Cecchini pensa a sé stessa e la Marini al suo futuro e quindi non possono perdere voti nei territori dove riscuotono maggior consenso. Quindi Orvieto è stata tradita dal centrosinistra regionale.

La Lega a Terni preferisce andare a prendere il pulper da cartiera in Sicilia per farlo bruciare nonostante l'inquinamento prodotto sia identico al secco di discarica “pero... non sia mai, perché è difficile spiegarlo, perché i cittadini non capiscono. Quindi che gli frega a loro se in discarica a Orvieto entra anche il secco. Mica è casa loro. Così anche la Lega ha venduto Orvieto e noi mettiamo in discarica il loro secco e il resto. Orvieto è stata tradita dalla Lega che governa Terni. Perugia, che significa in questo caso Forza Italia, pensa a sè stessa e l'unica cosa che siamo riusciti a fare, importante però, è quella di dire - per ora - no ai loro rifiuti. Ma appena ci indeboliamo un poco tu vedrai che faranno. Orvieto sarà tradita dal centrodestra che governa Perugia. 

E i cinque stelle in Regione dove stavano quando si è votata la mozione che diceva no all'ampliamento della discarica. Hanno forse deciso di difendere Orvieto? No, disertano la seduta. Nemmeno il coraggio dell'astensione. Anche i cinque stelle hanno tradito Orvieto. Perché dico questo? Perché un territorio che si ama, degli abitanti che amano questo territorio e una classe politica che almeno possa in qualche modo ragionare un po' come quelle classi dirigenti locali che c'erano nel dopoguerra, non si dividerebbe a casa propria. Non nascondo che le amministrazioni comunali di Orvieto, tutte, abbiano avuto delle responsabilità. Ma in questa fase attenzione a dividerci tra di noi, attenzione a fare una guerra a casa nostra. 

Il tema non è pro o contro Germani e le schermaglie elettorali. Il problema vero è che chiunque fosse stato, sia o sarà al posto suo avrà tutti contro. Amici o nemici “politici”. Per questo ritengo che il problema non stia sulla Rupe ma fuori dalla Rupe, a livello politico. Davvero pensiamo che il rapporto tra Orvieto magari anche governata da centrodestra ed una Regione governata da un centrodestra sia diverso da quello attuale? Io non ci credo. Prova ne sia che anche la scelta di un candidato unitario del centrodestra passa per veti e contro-veti che non dimorano da queste parti. Orvieto è sacrificabile perché non conta nulla nel panorama regionale, non conta nulla perché è stata svuotata. Ed è questa la vera colpa politica di chi ha amministrato questa città negli ultimi venti anni. Essersi fatti isolare, aver perso servizi, ruoli, capacità di influenza e quindi peso politico. Ma non sono uno di quelli che va a cercare le responsabilità solo nelle classi politiche. 

Ma gli imprenditori agricoli del territorio, per esempio, che hanno fatto e fanno per difendere le loro eccellenze dai rischi provenienti dalla discarica e dal Paglia? Perché hanno parlato poco e male? Di che cosa hanno paura? Ma si rendono conto che c’è chi sta mettendo a rischio il loro futuro e quello di un’intera economia? Ma gli albergatori, i ristoratori, i commercianti che cosa fanno? Sembrano inconsapevoli della spada di Damocle che hanno sul loro capo. 

E noi cittadini che cosa facciamo o che cosa abbiamo fatto? Poco. Mi ci metto io per primo. Sempre ponto ad esprimere un parere, un giudizio, senza impegnarmi direttamente, potrebbe dire qualcuno. Penso però che il contributo possa essere anche di idee e non solo nella gestione della cosa pubblica. Contributo è scrivere, pubblicamente, contestando quel che vedo. Ed è il mio lavoro, tra l’altro. E anche quello dell’indignazione come ho già detto un po’ di tempo fa, può essere un contributo. 

Ma questa città, purtroppo, non si indigna più. E’ una città alta e strana… pentole borbottanti al cospetto dei conoscenti ma un po’ troppo sudditi di fronte ai potenti. Una città di etruschi. E come loro stiamo facendo la stessa fine. Conquistati, vilipesi e saccheggiati.

Le parole del Papa, unico seme di una possibile pace

Confido nel Papa. Confido nelle sue parole, nei suoi gesti, spero nella sua diplomazia. Una voce di pace che si alza e prova a contrastare q...